Lo vedi? Ti sorrido

La cosa più straziante nella Traviata rimarranno sempre, per me, quei pochi versi prima. Prima dell’amami Alfredo, prima del morir sì giovane, prima del canto di amore o di morte, mi spezzeranno sempre il cuore quelle poche parole di una Violetta abituata alla finzione, a non chiedere nulla, a mentire facilmente per protezione e illusione. “Di lagrime avea d’uopo”, ora sto bene, sono tranquilla, avevo solo bisogno di piangere, sai, e la musica sale, sale, non è nulla, veramente, sto bene, e poi guardami – la prova inconfutabile e lacerante – la musica e la voce salgono ancora, ancora, “Lo vedi? Ti sorrido! Ti sorrido!”

Lo stesso sorriso, lo vedi?, prima di morire.

Pensavo

Forse diventare adulti vuol dire veder corrodere a poco a poco lo spazio di condivisione emotiva che possiamo permetterci. 

L’infinita tristezza della meccanica

Dico, della meccanica delle cose.
La meccanica delle cose tra le persone che è sempre la stessa da milioni di anni.
Quell’ingranaggio perfetto e crudele, spietato e perennemente ripetuto, implacabile e inevitabile.
Che ti lascia lì a guardarti agire come da copione, a prevedere ogni mossa, ogni sensazione, perché sai già qual è la trama, sai già anche come reagiranno i battiti del cuore, figurati se non sai che poi, alla fine – per gestire questa meccanica delle cose intendo – figurati se poi non ti compri una borsa.

Da qui

Vivo in un posto dove tutto quello che accade
sembra accadere per caso
Una strada attraversa il paese
Il paese è quella strada
Nessuno ha scelto di vivere qui
Ma c’è qualcosa che ci trattiene
Perché anche se non c’è amore
A volte
A volte c’è qualcos’altro
(Da qui – Massimo Volume)

Nell’ultimo anno sono fuggita così in fretta che non ho potuto nemmeno partecipare alla mia cerimonia di addio, assistere al funerale di quello che ero, ammirare le lacrime altrui che celebravano la mia dipartita. Non ho potuto voltarmi indietro per capire se stessi ancora seguendo una strada, da qualche parte. Tutto troppo veloce, in un ritmo sincopato che non ha concesso l’analisi delle scelte, la selezione dei ricordi, la riappacificazione con i demoni. Ho agito ad occhi chiusi, per quella che credevo necessità di sopravvivenza, chiudendo valigie, porte, parole senza dare spiegazioni, in una sequenza di atti meccanici così definitivi, così insensati, così proiettati verso qualcosa che non avevo deciso, ma che mi era indispensabile che ora, ora che tento timidamente di provarci, ora fatico a respirare.

Rese

Se fossi un maschio farei come nei libri che leggo sull’autobus e macchio con lacrime di mascara: mi ubriacherei e senza nemmeno fasciarmi le mani prenderei a cazzotti un muro, devasterei stanze e provocherei sconosciuti per il gusto di menar le mani. Salirei su un ring, respirerei l’odore amaro dell’adrenalina, del sudore e del sangue per sciogliere il buio.
Farei spazio alla ferocia.

Ma sono femmina, porto un anello al pollice che non tolgo mai, un anello che mi spezzerebbe le dita se lo togliessi. Sono femmina e mi faccio sorprendere mentre guardo una cosa a cui non so dare un nome che ogni tanto viene a ruggire alla bocca dello stomaco, quasi volesse ingoiarsi il cuore. Una rabbia, una desolazione che non so come usare, rimane lì a fremere, indecisa se esplodere o – semplicemente – spegnersi.
Vorrei urlare, ma non so come si fa, non me l’hanno insegnato.

Se fossi un maschio forse saprei come sfamare lo squalo, come lasciarlo andare a caccia e placare finalmente questi morsi.

Ma sono femmina, sono femmina e non riesco a fare niente.

Posso solo continuare.