Budapest – Emlék

 

Ogni monumento è come se pesasse di più, a Budapest, come se portasse addosso il peso dei millenni di storia, delle macerie dell’Impero, di tutti i morti di un Novecento ingiusto e crudele.

In Piazza degli Eroi c’è il volto aspro di Arpad, il conquistatore che nel 1989 ha visto sfilare sotto i suoi occhi migliaia di ungherese mai domati; sul Danubio ci sono quelle scarpe, fiori di piombo per ricordare chi non ha conosciuto nemmeno la pietà di una fossa comune, ma solo acque nere. Sono così tanti i morti per mano delle Croci Frecciate che nemmeno l’enorme albero di metallo nel cortile della Sinagoga riesce a dare a tutti una foglia per testimoniare che hanno vissuto.

Il Parlamento è un gioiello che illumina il Danubio, ma ci sono delle sfere sul muro del palazzo dall’altra parte della piazza, i proiettili sparati il 25 ottobre: a Kossuth Tér quel giorno la rivoluzione era ancora possibile. Nel memoriale sotterraneo c’è una bandiera ungherese con un buco nel mezzo, solo dopo ho capito che stava a significare la falce e martello strappata via dal simbolo della nazione, strappata una volta e, nonostante tutto, strappata per sempre. Se giri l’angolo invece c’è un ponte che i turisti attraversano anche se non porta da nessuna parte: sopra c’è Imre Nagy, lo sguardo perso, le mani conserte: un padre della patria triste, sembra pensi ai suoi errori, sembra ancora chiedersi perché.

Non c’è solo il ricordo nei monumenti di Budapest: ogni statua è come se gridasse il suo passato e più forte il suo futuro. Nei pochi metri intorno a Szabadság Tér incontri la Storia di ieri che si fa pietra e carne oggi; mentre la statua in onore del presidente americano Reagan passeggia accanto ai turisti, l’ultimo monumento sovietico è presidiato da individui che mostrano un inequivocabile striscione: “demolish it”. E poi ancora il memoriale per le vittime dell’occupazione nazista, un brutto monumento oggetto di una feroce e straziante opera di ricostruzione della memoria da parte dei sopravvissuti che ogni giorno aggiungono un cimelio, un sasso, una scarpa, una sedia, aggiunge un ricordo vero e vivo a una celebrazione falsa.

La cosa più bella è che la scultura è il linguaggio scelto da questa città anche per celebrare la vita, la letteratura, la fantasia in un intreccio malinconico e dolcissimo tra una Piccola Principessa, i cinque ragazzi della Via Pal e – addirittura – il tenente Colombo che ricambia il tuo sguardo perplesso nel vederlo apparire lì, al termine di una bella strada alberata.

Budapest sembra pagare ancora il suo passato e la strada per la ricostruzione di un popolo è più lunga e faticosa di quanto io possa anche solo immaginare, ma non è male sapere che ci sono muti occhi di bronzo a vegliare sui suoi abitanti.

 

 

 

 

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