L’infinita tristezza della meccanica

Dico, della meccanica delle cose.
La meccanica delle cose tra le persone che è sempre la stessa da milioni di anni.
Quell’ingranaggio perfetto e crudele, spietato e perennemente ripetuto, implacabile e inevitabile.
Che ti lascia lì a guardarti agire come da copione, a prevedere ogni mossa, ogni sensazione, perché sai già qual è la trama, sai già anche come reagiranno i battiti del cuore, figurati se non sai che poi, alla fine – per gestire questa meccanica delle cose intendo – figurati se poi non ti compri una borsa.

Da qui

Vivo in un posto dove tutto quello che accade
sembra accadere per caso
Una strada attraversa il paese
Il paese è quella strada
Nessuno ha scelto di vivere qui
Ma c’è qualcosa che ci trattiene
Perché anche se non c’è amore
A volte
A volte c’è qualcos’altro
(Da qui – Massimo Volume)

Nell’ultimo anno sono fuggita così in fretta che non ho potuto nemmeno partecipare alla mia cerimonia di addio, assistere al funerale di quello che ero, ammirare le lacrime altrui che celebravano la mia dipartita. Non ho potuto voltarmi indietro per capire se stessi ancora seguendo una strada, da qualche parte. Tutto troppo veloce, in un ritmo sincopato che non ha concesso l’analisi delle scelte, la selezione dei ricordi, la riappacificazione con i demoni. Ho agito ad occhi chiusi, per quella che credevo necessità di sopravvivenza, chiudendo valigie, porte, parole senza dare spiegazioni, in una sequenza di atti meccanici così definitivi, così insensati, così proiettati verso qualcosa che non avevo deciso, ma che mi era indispensabile che ora, ora che tento timidamente di provarci, ora fatico a respirare.

Rese

Se fossi un maschio farei come nei libri che leggo sull’autobus e macchio con lacrime di mascara: mi ubriacherei e senza nemmeno fasciarmi le mani prenderei a cazzotti un muro, devasterei stanze e provocherei sconosciuti per il gusto di menar le mani. Salirei su un ring, respirerei l’odore amaro dell’adrenalina, del sudore e del sangue per sciogliere il buio.
Farei spazio alla ferocia.

Ma sono femmina, porto un anello al pollice che non tolgo mai, un anello che mi spezzerebbe le dita se lo togliessi. Sono femmina e mi faccio sorprendere mentre guardo una cosa a cui non so dare un nome che ogni tanto viene a ruggire alla bocca dello stomaco, quasi volesse ingoiarsi il cuore. Una rabbia, una desolazione che non so come usare, rimane lì a fremere, indecisa se esplodere o – semplicemente – spegnersi.
Vorrei urlare, ma non so come si fa, non me l’hanno insegnato.

Se fossi un maschio forse saprei come sfamare lo squalo, come lasciarlo andare a caccia e placare finalmente questi morsi.

Ma sono femmina, sono femmina e non riesco a fare niente.

Posso solo continuare.

Dimenticato a memoria

Le ho ripetute tanto le parole, le più adatte ad esprimere il mare di pensieri degli ultimi mesi, ho limato il discorso nei minimi particolari perché non ne sfuggisse il senso, ho analizzato ogni avverbio, trovato cause e risposte inappellabili, usato gli aggettivi più appropriati per smussare, asserire, negare meriti e colpe.
Poi è successo che le parole, a furia di essere levigate dal buon senso, dalla perfezione e dalla consapevolezza, tutte queste parole lasciate sedimentare nella speranza di diventare più vere e concrete sono invece diventate troppo leggere e il discorso che avevo preparato con così tanta cura è volato via dalla mia mente lasciando al suo posto, di nuovo, quel mare di pensieri fluttuanti che non ho più voglia, tempo, forza per ricomporre.
Rimangono i ricordi, gli odori, le immagini, le lacrime, le chiarissime e inutili epifanie.
Stanno tutte lì le parole, ma non escono più: le perdo sugli autobus mentre vado al lavoro, le perdo un pezzo alla volta mentre ceno fuori, le perdo tra le lenzuola prima di addormentarmi. Sfuggono via e le lascio sfuggire, mentre faccio altro.
E altro è tutto quello che posso fare.

Lustro dell’anima mia

Il quarto anniversario l’ho direttamente saltato. Il quinto è oggi.

Ho dimenticato questa data come una moglie vendicativa o forse come un’amante stanca. E quest’anno non che sia stata più premurosa, semplicemente me ne sono ricordata per un caso fortuito: Andrea Beggi, il sant’uomo che ha migrato verso le dorate spiagge di wordpress tutte le stronzate raccontate in questo lustro, scrive che Splinder non sta tanto bene e allora niente, m’è venuta un po’ di nostalgia di questi cinque anni raccontati con parole incerte.
Che poi a rileggermi mi vengono i brividi. Per gli strafalcioni, le ingenuità tenerissime da piccola blogger, per i commenti di persone che non sento più da anni, per quelle che invece  ancora ci sono e sono diventati importanti. Sorrido di tenerezza per il ruolo che internet ha avuto nella mia vita quando tutti mi dicevano che sembravo una tossica davanti a quel computer.

Cinque anni non facili in cui ho scritto tanto, ma nascosto molto di più.
E ora che non scrivo quasi più se non per placare le mie malinconie ho imparato che l’archivio del proprio blog è come il vaso di Pandora, come le foto delle medie, come i vestiti anni 80: vanno tenuti sigillati dentro un baule e mai, mai più riaperti.